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Luigi Pirandello, La patente. Racconto breve. Audiolibro

Luigi Pirandello, La patente. Racconto breve. Audiolibro

Published 2 weeks, 1 day ago
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Uno dei temi su cui tendiamo a non riflettere abbastanza è la realtà dell’immaginario, come cioè le storie, parafrasando Italo Calvino, si comportino a volte come un catalogo di destini possibili, anticipando la realtà. Luigi Pirandello ne fece a suo tempo un libello nel Fu Matta Pascal, dove citò un fatto di cronaca in cui si era verificata realmente (dopo l’uscita del libro) la storia da lui raccontata, quella stessa storia che una parte della critica aveva blandito come inverosimile. Ebbene, in queste note faremo qualcosa di molto simile, partendo da una grottesca novella dello stesso autore, per metterla in relazione con una triste vicenda verificatasi molti anni dopo la sua scomparsa.

Siamo nel 1911, l’anno in cui viene dato alle stampe La patente, un racconto breve, su cui Pirandello torna sei anni dopo con un atto unico per il teatro, a sua volta ripreso nel ’54 per il cinema da Luigi Zampa; è la storia di Rosario Chiarchiaro, uomo semplice, onesto lavoratore, padre di famiglia, sul quale (non sappiamo perché) ricade lo stigma pubblico della superstizione: si attribuiscono alla sua presenza piccole e grandi sventure, per questo le persone lo evitano additandolo come un terribile menagramo. Il pregiudizio si radica al punto che il pover’uomo viene licenziato, perde il lavoro e non sa più come provvedere alla famiglia, ovunque perseguitato dalla maschera dello jettatore.

Fin qui si direbbe un’ordinaria vicenda di emarginazione sociale, la solita gogna pubblica, non fosse che Pirandello ribalta la situazione con un colpo di coda narrativo: Rosario denuncia due uomini che ha veduto ostentare scongiuri al suo passaggio, se pure in tribunale non potrà ottenere giustizia dato che il giudice stesso è condizionato dal pregiudizio, e che in fondo il toccar ferro o grattarsi gli zebedei non è scritto da nessuna parte che sia un atto perseguibile. Chiarchiaro lo sa bene eppure insiste, vuol essere condannato per poter rivendicare, con la condanna stessa, una sorta di implicita patente dello jettatore; a quel punto, ritiene che appostandosi davanti a un negozio, o entrando in una sala da gioco, la gente sarà disposta a pagarlo per levarselo di torno. Grottesco ribaltamento in cui la vittima si serve della propria mostrificazione, per rivoltarla contro i suoi persecutori.

Chi è nato nell’Italia del dopoguerra in questa vicenda troverà, purtroppo, una brutale analogia, perché lo stigma sociale raccontato da Pirandello si è abbattuto mezzo secolo più tardi sulla bella voce di Mia Martini detta Mimì, ma nel suo caso nulla si ribaltò e la povera donna rimase intrappolata nel soverchiante condizionamento. Le prime dicerie a suo carico vennero messe in circolazione nei primi anni ‘70 (secondo le interviste rilasciate dalla vittima), dall’impresario Fausto Taddeu detto Ciccio Piper, per vendicarsi di una vitalizia esclusiva che l’interprete aveva rifiutato. Pochi giorni dopo quel rifiuto, di ritorno da un concerto in Sicilia, il pulmino su cui viaggiavano fu sciaguratamente coinvolto in un incidente stradale, in cui persero la vita due giovani musicisti del gruppo. Ciccio Piper, stizzito dal rifiuto dell’artista, mise per primo in giro la voce che la cantante portasse sfortuna.

L’infamante diceria fu alimentata e riverberò attraverso vari altri personaggi dello spettacolo, tra cui la stessa Mimì citò Fred Bongusto, Patty Pravo e Gianni Boncompagni, vari discografici e la stessa Rai. Tutti negarono ovviamente, non vi fu mai un dibattimento giudiziario e dunque non sapremo mai la verità, tuttavia lo stigma della superstizione distrusse la carriera della cantante, rendendole la vita impossibile, proprio come al personaggio del racconto di Pirandello. Isolamento, depressione, compromisero la sua brillante carriera gettandola nello sconforto al punto da togliersi la vita nel 1955, all’età di 47 anni. La novella, inverosimile ma vera, prese forma nella vita reale.

Beninteso non fu la prima, n
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