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Nucleare, ieri l'ok definitivo
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Con 81 voti favorevoli, 51 contrari e 7 astenuti, il Senato licenzia in via definitiva la legge delega che apre le porte al nucleare sostenibile e che porta la firma del ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin. Il traguardo arriva, non senza qualche stop and go nelle scorse settimane, a undici mesi dalla trasmissione alla Camera del provvedimento dopo il disco verde di Palazzo Chigi. Da dove, a valle dell’ok, giunge immediato il commento della premier Giorgia Meloni: «Scelta coraggiosa e di buon senso, un altro impegno che abbiamo mantenuto». Dopo quasi quarant’anni - quelli trascorsi dal referendum del 1987 che decretò di fatto lo stop all’atomo - «l’Italia torna ad avere un quadro di regole per produrre energia nucleare», spiega la presidente del Consiglio che sintetizza il senso dell’operazione «come una risposta concreta alla domanda di elettricità che crescere con data center e intelligenza artificiale». Di diverso tono, invece, gli interventi dell’opposizione. Dove le critiche maggiori sono targate M5S («è spot che non porta da nessuna parte», osserva l’ex ministro Sergio Costa) e Avs («è strumento di distrazione di massa», sottolinea Angelo Bonelli). Silente il Pd - al netto dell’intervento del senatore Nicola Irto durante le dichiarazioni di voto - per via delle diverse sensibilità dem sul tema. Mentre Carlo Calenda, leader di Azione, conferma la sua posizione a favore del provvedimento votando un «sì convinto» in aula perché, dice, «l’Italia deve tornare al nucleare, di cui è stata protagonista». Il provvedimento esclude, infatti, la riapertura delle centrali tradizionali e spiana la strada esclusivamente ai reattori di piccola e media taglia. Ma, per arrivarci, serve più tempo. Intanto, nell’immediato, la prossima sfida sono i decreti attuativi che dovranno affrontare, soprattutto, i nodi autorizzativi e finanziari, oltre che individuare il perimetro della futura Authority di settore. Nella delega il timing per i decreti è di 12 mesi, ma l’obiettivo è presentarli entro l’anno. Approfondiamo il tema con Fabrizio Fabbri, Amministratore Delegato Ansaldo Energia.
Petrolio a 100 dollari, ma carburanti più cari di quando il greggio ne costava 147
A luglio 2008 il petrolio raggiungeva il suo record storico, con il Brent a 147,5 dollari al barile, mentre in Italia il prezzo medio della benzina era di circa 1,52 euro al litro e quello del gasolio di circa 1,36 euro. Oggi il Brent oscilla invece intorno ai 100 dollari al barile, ma i carburanti sono verso i massimi di sempre: il 21 settembre il diesel costava 2,336 euro al litro in modalità self e la benzina 2,155 euro. Com'è possibile che, a fronte di quotazioni del petrolio molto più basse rispetto a 18 anni fa, i prezzi al distributore siano invece molto più alti? Una prima spiegazione è il cambio euro-dollaro. Le quotazioni del petrolio sono in dollari, mentre i carburanti sono in euro. Nel 2008 la moneta europea raggiunse il suo massimo storico nei confronti del dollaro, circa 1,60 contro gli 1,14 di oggi: a parità di quotazione in dollari, quindi, oggi paghiamo petrolio e prodotti raffinati significativamente di più. Secondo il presidente di Unem Gianni Murano, se oggi beneficiassimo dello stesso cambio del 2008 avremmo prezzi inferiori di circa il 25%. C'è poi l'effetto dell'inflazione accumulata negli ultimi diciotto anni. Il confronto corretto non è infatti soltanto tra prezzi nominali, ma tra potere d'acquisto equivalente: i 147 dollari al barile del 2008 oggi sarebbero quasi 200 dollari. In termini reali, secondo Unem, il prezzo della benzina di oggi è sostanzialmente uguale a quello del 2008: circa 2 euro contro 1,99. Per il gasolio lo scostamento è invece maggiore, circa 13 centesimi in più: 2,10 euro contro 1,97. Ma soprattutto il confronto diretto tra il prezzo del greggio e quello dei carburanti è spesso fuorviante: benzina e gasolio non dipendono soltanto dal costo della materia prima, ma a