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Sinclair Lewis, La lettera della Regina. Racconto breve (1935). Audiolibro.
Published 1 month, 3 weeks ago
Description
Sinclair Lewis, La lettera della Regina. Racconto breve (1935). Audiolibro.
Voce narrante Federico Berti, https://www.federicoberti.it
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Chi è quel vecchio tutto solo nella veranda del cottage residenziale, che guarda nostalgico la vallata al tramonto, con la coperta sulle gambe, accudito da una governante che lo tratta come un bambino capriccioso? Non immagineresti che sia stato un senatore, che abbia scritto libri importanti, custodisca segreti di ambasciatori, diplomatici e regine. Del resto si sa, successo è un participio passato, non si può pretendere da un uomo salito alla ribalta su tutti i giornali al primo di marzo di cent’anni fa, che sia ancora oggetto di interesse per la stampa anche solo due mesi più tardi: l’opinione pubblica è volatile, viziata, cambia l’orientamento col primo soffio di vento in senso contrario. Così il giovane professore universitario americano che negli anni ‘30 va a intervistare l’anziano statista durante le vacanze estive, è pronto a cogliere da lui solo quel che lo interessa per il libro cui sta lavorando, quel che conferma o smentisce qualche sua opinione preconcetta: perché mai dovrebbe importargli di quella letterina insulsa che il vecchio tiene in tasca, della quale non conosce nemmeno l’esistenza? Non sa che quella lettera è stata spedita niente meno che dalla Regina Vittoria a un Presidente degli Stati Uniti, e potrebbe contenere informazioni che stravolgono quanto noi sappiamo su un dato fatto storico di straordinaria importanza, ma al professore non interessa cercare quel che non sa già: quel vecchio egocentrico può confidargli al massimo qualche altro pettegolezzo insignificante. Finisce per trascurarlo e perdere la rivelazione che avrebbe potuto svoltargli la carriera.
In questo racconto di Sinclair Lews, uscito nel 1935, lo stesso anno in cui si accendeva negli Stati Uniti il dibattito intorno alla guerra imminente in Europa e l’interventismo americano nello scacchiere del Vecchio Mondo, a meno di un secolo dalla guerra civile, temi come il baronato universitario, l’effimera caducità delle notizie nei media di massa, gli intrighi di palazzo nella politica internazionale, vengono messi in ridicolo con graffiante ironia, sullo scenario di un popolo che ha fretta di realizzare obiettivi, un’ansia da prestazione che finisce per farci ditogliere lo sguardo dalle cose davvero importanti, un punto di vista critico sulla relazione chde tuttora intratteniamo con la terza età: non è importante quel che gli anziano hanno da dirci, ma solo quel che non riteniamo importante sentirci ripetere. Ma la trasmissione generazionale del sapere non funziona così, l’anziano che indugia nel ricordo privato non sta facendo solo del gossip da quattro soldi, sta aprendo un orizzonte, una prospettiva, su un mondo in cui noi non eravamo ancora presenti, una realtà che non conosciamo e proprio dai dettagli feriali possiamo intuire dinamiche, meccanismi insistenti: non possiamo prendere solo quel che ci pare e poi gettarlo in un cantone come uno straccio sporco, rischiamo di perderci il meglio della sua esperienza.
Questo racconto esce proprio nel momento storico in cui le fratture generazionali iniziano a cambiare in modo radicale il rapporto tra giovani e anziani nel capitalismo avanzato, che dà importanza alle persone solo fin quando sono in grado di ‘produrre’ mandando avanti l’economia del paese, non sembra dare un gran rilievo al valore immateriale dell’esperienza, alla trasmissione generazionale. Il vecchietto dove lo metto? Sono gli anni in cui non più solo i vecchi rimasti soli, poveri e disadattati, vengono messi all’ospizio, ma anche quelli che una famiglia l’avrebb
Voce narrante Federico Berti, https://www.federicoberti.it
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Chi è quel vecchio tutto solo nella veranda del cottage residenziale, che guarda nostalgico la vallata al tramonto, con la coperta sulle gambe, accudito da una governante che lo tratta come un bambino capriccioso? Non immagineresti che sia stato un senatore, che abbia scritto libri importanti, custodisca segreti di ambasciatori, diplomatici e regine. Del resto si sa, successo è un participio passato, non si può pretendere da un uomo salito alla ribalta su tutti i giornali al primo di marzo di cent’anni fa, che sia ancora oggetto di interesse per la stampa anche solo due mesi più tardi: l’opinione pubblica è volatile, viziata, cambia l’orientamento col primo soffio di vento in senso contrario. Così il giovane professore universitario americano che negli anni ‘30 va a intervistare l’anziano statista durante le vacanze estive, è pronto a cogliere da lui solo quel che lo interessa per il libro cui sta lavorando, quel che conferma o smentisce qualche sua opinione preconcetta: perché mai dovrebbe importargli di quella letterina insulsa che il vecchio tiene in tasca, della quale non conosce nemmeno l’esistenza? Non sa che quella lettera è stata spedita niente meno che dalla Regina Vittoria a un Presidente degli Stati Uniti, e potrebbe contenere informazioni che stravolgono quanto noi sappiamo su un dato fatto storico di straordinaria importanza, ma al professore non interessa cercare quel che non sa già: quel vecchio egocentrico può confidargli al massimo qualche altro pettegolezzo insignificante. Finisce per trascurarlo e perdere la rivelazione che avrebbe potuto svoltargli la carriera.
In questo racconto di Sinclair Lews, uscito nel 1935, lo stesso anno in cui si accendeva negli Stati Uniti il dibattito intorno alla guerra imminente in Europa e l’interventismo americano nello scacchiere del Vecchio Mondo, a meno di un secolo dalla guerra civile, temi come il baronato universitario, l’effimera caducità delle notizie nei media di massa, gli intrighi di palazzo nella politica internazionale, vengono messi in ridicolo con graffiante ironia, sullo scenario di un popolo che ha fretta di realizzare obiettivi, un’ansia da prestazione che finisce per farci ditogliere lo sguardo dalle cose davvero importanti, un punto di vista critico sulla relazione chde tuttora intratteniamo con la terza età: non è importante quel che gli anziano hanno da dirci, ma solo quel che non riteniamo importante sentirci ripetere. Ma la trasmissione generazionale del sapere non funziona così, l’anziano che indugia nel ricordo privato non sta facendo solo del gossip da quattro soldi, sta aprendo un orizzonte, una prospettiva, su un mondo in cui noi non eravamo ancora presenti, una realtà che non conosciamo e proprio dai dettagli feriali possiamo intuire dinamiche, meccanismi insistenti: non possiamo prendere solo quel che ci pare e poi gettarlo in un cantone come uno straccio sporco, rischiamo di perderci il meglio della sua esperienza.
Questo racconto esce proprio nel momento storico in cui le fratture generazionali iniziano a cambiare in modo radicale il rapporto tra giovani e anziani nel capitalismo avanzato, che dà importanza alle persone solo fin quando sono in grado di ‘produrre’ mandando avanti l’economia del paese, non sembra dare un gran rilievo al valore immateriale dell’esperienza, alla trasmissione generazionale. Il vecchietto dove lo metto? Sono gli anni in cui non più solo i vecchi rimasti soli, poveri e disadattati, vengono messi all’ospizio, ma anche quelli che una famiglia l’avrebb