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Pushkin, Il cavaliere di bronzo. Adattamento in prosa. Racconto breve. Voce narrante Federico Berti
Published 10 months, 3 weeks ago
Description
Puškin compone nel 1833 un poemetto narrativo di straordinaria complessità dedicato all’alluvione della Neva che ha devastato San Pietroburgo nove anni prima, il testo inizia a circolare nella stampa clandestina già nella seconda metà degli anni ‘20, per aggirare la censura zarista che vede in esso un oltraggio all’autorità imperiale; la repressione dei moti decabristi del 1825 segna l’inizio di un’ossessione per il controllo della stampa da parte dello zar Nicola I, che perseguita ogni forma di dissenso intellettuale e politico, creando un clima di terrore che influenza profondamente la produzione culturale russa. Questo poemetto narrativo dunque, viene pubblicato postumo solo nel 1837.
"Il cavaliere di bronzo" intreccia i versi alla cronaca storica dell’epoca, integrando in una prospettiva narrativa obliqua la dimensione documentaria, simbolica e psicologica, in un #racconto di grande intensità che trascende la semplice cronaca della catastrofe naturale, per articolarsi su tre livelli: la rappresentazione della marginalità sociale attraverso il protagonista Eugenio, una riflessione critica sul #potere autocratico incarnato dalla figura di Pietro il Grande, una meditazione filosofica sulla potenza delle forze naturali, che nemmeno l’imperatore di tutte le russie può domesticare. Questa struttura conferisce al testo una grande attualità, nell’epoca contemporanea della #crisiclimatica e dei suoi negazionismi.
Il protagonista Eugenio rappresenta l’archetipo del malenkij čelovek (piccolo uomo), figura destinata a diventare centrale nella tradizione letteraria russa successiva, da Gogol’ a Dostoevskij. Puškin delinea con precisione la condizione di subalternità del personaggio, un giovane impiegato di umili origini, privo di blasone nobiliare, la cui esistenza si trascina attorno a valori semplici come l’amore per la sua Paraša e l’aspirazione a una vita domestica tranquilla.
L’alluvione del novembre 1824, evento storicamente documentato, diventa nel poema un’allegoria della fragilità umana quando si confronta con forze indomabili. La perdita di Paraša e della sua famiglia non è solo un evento luttuoso personale, ma la tragedia di un’intera classe sociale, che la Storia considera sacrificabile: quella degli ultimi, dei marginali, di coloro che non hanno voce nella costruzione del destino collettivo. La metamorfosi psicologica di Eugenio, la sua devastazione interiore conseguente alla devastazione esteriore della città, è anche una forma inconscia di resistenza autodistruttiva all’ordine costituito: nella furia degli elementi, il piccolo uomo sfida apertamente il potere incarnato nella statua di Pietro il Grande, urlandogli dietro parole violentissime, gesto impensabile per qualunque cittadino russo in condizioni normali.
La statua equestre di Pietro il Grande, opera dello scultore francese Étienne-Maurice Falconet inaugurata nel 1782, viene qui trasfigurata in una rappresentazione allegorica dell’autocrazia cesarista e delle sue contraddizioni: Pietro il Grande, che inizialmente appare come il visionario fondatore di San Pietroburgo, colui che ha imposto la modernizzazione della #Russia attraverso un atto di volontà titanica, è implicitamente responsabile dei morti causati dall’#alluvione. La sua grandezza storica si rivela costruita sull’indifferenza verso il destino dei singoli individui: la città stessa, sorta per decreto imperiale su terreni paludosi e inospitali, è nata proprio dal tentativo di dimostrare il trionfo dell’uomo sulla natura, ma l’esondazione della Neva rivela anche l’illusorietà dell'effimera e vana pretesa.
L’animazione fantastica della statua durante il delirio di Eugenio, il cavaliere di bronzo che lo insegue attraverso le strade della città, non è che la persistenza dell’autorità che continua a perseguitare i subalterni, anche quando l’imperatore è ormai polvere nella polvere. Puškin sviluppa attraverso l’evento catastrofico una riflessione profonda sulla hybris umana e sui limiti
"Il cavaliere di bronzo" intreccia i versi alla cronaca storica dell’epoca, integrando in una prospettiva narrativa obliqua la dimensione documentaria, simbolica e psicologica, in un #racconto di grande intensità che trascende la semplice cronaca della catastrofe naturale, per articolarsi su tre livelli: la rappresentazione della marginalità sociale attraverso il protagonista Eugenio, una riflessione critica sul #potere autocratico incarnato dalla figura di Pietro il Grande, una meditazione filosofica sulla potenza delle forze naturali, che nemmeno l’imperatore di tutte le russie può domesticare. Questa struttura conferisce al testo una grande attualità, nell’epoca contemporanea della #crisiclimatica e dei suoi negazionismi.
Il protagonista Eugenio rappresenta l’archetipo del malenkij čelovek (piccolo uomo), figura destinata a diventare centrale nella tradizione letteraria russa successiva, da Gogol’ a Dostoevskij. Puškin delinea con precisione la condizione di subalternità del personaggio, un giovane impiegato di umili origini, privo di blasone nobiliare, la cui esistenza si trascina attorno a valori semplici come l’amore per la sua Paraša e l’aspirazione a una vita domestica tranquilla.
L’alluvione del novembre 1824, evento storicamente documentato, diventa nel poema un’allegoria della fragilità umana quando si confronta con forze indomabili. La perdita di Paraša e della sua famiglia non è solo un evento luttuoso personale, ma la tragedia di un’intera classe sociale, che la Storia considera sacrificabile: quella degli ultimi, dei marginali, di coloro che non hanno voce nella costruzione del destino collettivo. La metamorfosi psicologica di Eugenio, la sua devastazione interiore conseguente alla devastazione esteriore della città, è anche una forma inconscia di resistenza autodistruttiva all’ordine costituito: nella furia degli elementi, il piccolo uomo sfida apertamente il potere incarnato nella statua di Pietro il Grande, urlandogli dietro parole violentissime, gesto impensabile per qualunque cittadino russo in condizioni normali.
La statua equestre di Pietro il Grande, opera dello scultore francese Étienne-Maurice Falconet inaugurata nel 1782, viene qui trasfigurata in una rappresentazione allegorica dell’autocrazia cesarista e delle sue contraddizioni: Pietro il Grande, che inizialmente appare come il visionario fondatore di San Pietroburgo, colui che ha imposto la modernizzazione della #Russia attraverso un atto di volontà titanica, è implicitamente responsabile dei morti causati dall’#alluvione. La sua grandezza storica si rivela costruita sull’indifferenza verso il destino dei singoli individui: la città stessa, sorta per decreto imperiale su terreni paludosi e inospitali, è nata proprio dal tentativo di dimostrare il trionfo dell’uomo sulla natura, ma l’esondazione della Neva rivela anche l’illusorietà dell'effimera e vana pretesa.
L’animazione fantastica della statua durante il delirio di Eugenio, il cavaliere di bronzo che lo insegue attraverso le strade della città, non è che la persistenza dell’autorità che continua a perseguitare i subalterni, anche quando l’imperatore è ormai polvere nella polvere. Puškin sviluppa attraverso l’evento catastrofico una riflessione profonda sulla hybris umana e sui limiti